Rientrare in Italia · Rientrare
Raccontarlo: la vergogna del rimpatrio
Le altre pagine di questo sito parlano di norme. Questa parla della cosa di cui nessuno parla: che tornare così fa vergognare, e che la vergogna decide, più delle norme, che cosa una persona fa dopo.
C'è una cosa che accomuna quasi tutte le persone per cui questo sito è scritto, e non è nelle norme: la vergogna. La vergogna di essere tornati con un aereo che non avevano scelto, di aver dovuto spiegare a un genitore perché erano a Fiumicino un martedì, di aver lasciato una vita a metà e di dover rispondere «e allora come mai sei qui» a chi lo chiede con leggerezza. La vergogna decide molte cose: chi non chiede il fascicolo perché non vuole rileggere il verbale; chi non dice a nessuno dell'ordine in absentia e lo scopre il consolato dieci anni dopo; chi non torna in un consolato per anni perché non vuole sentirsi dire di nuovo di no; chi paga un truffatore perché il truffatore è l'unico che non fa domande.
Che cosa è successo, detto senza aggettivi
Uno Stato straniero ha deciso, secondo le sue regole, che una persona non aveva titolo per stare sul suo territorio, e l'ha rimandata nel Paese di cui è cittadina. È un atto amministrativo, di regola senza reato, che riguarda ogni anno più di mille italiani soltanto negli aeroporti (Quanti italiani vengono respinti o espulsi) e centinaia di migliaia di persone nel mondo. In Italia non ha alcuna conseguenza giuridica (L'Italia lo viene a sapere?). Non è una condanna, non è una colpa nel senso in cui la parola si usa per le cose gravi, e non è nemmeno, nella maggior parte dei casi, un giudizio sulla persona: è un giudizio sui documenti che aveva e su quello che ha detto in una stanza.
Questo non cancella il fatto che, per chi lo vive, sia stato un fallimento: un progetto finito male, una relazione interrotta, anni di lavoro che non contano. Chiamarlo con il suo nome è meglio che chiamarlo con un altro. Ma è un fallimento di un progetto, non di una persona, e la distinzione, che sembra retorica, è quella che permette di fare la cosa successiva.
A chi dirlo, e come
Non c'è un obbligo di raccontare l'espulsione a nessuno in Italia: non a un datore di lavoro, non a una banca, non a un ufficio pubblico (la condanna penale americana, se c'è, ha regole sue: La condanna americana vista dall'Italia). La scelta è tua, e ci sono solo osservazioni, non consigli.
Il datore di lavoro italiano vede un curriculum con anni di lavoro all'estero e un rientro. «Sono tornato per motivi familiari», «il progetto negli Stati Uniti è finito», «non ho più il permesso di lavorare là» sono frasi vere che non raccontano ciò che non serve raccontare. Chi vuole dire di più può farlo; chi non vuole non sta mentendo.
La famiglia lo sa quasi sempre, e spesso sa anche i dettagli sbagliati: che ci sono «dieci anni di ban» quando ce ne sono cinque, che «non si potrà mai più tornare» quando esiste un waiver, che «li vengono a sapere in questura» quando non è vero. Le pagine di questo sito servono anche a questo: a mettere davanti a chi ti vuole bene i fatti giusti, in italiano, con le fonti, così che smettano di preoccuparsi per le cose sbagliate e ti aiutino con quelle vere.
Gli amici e la comunità italiana negli Stati Uniti sono un capitolo a parte. Le persone rimaste là hanno spesso, verso chi è stato espulso, una paura che si veste da distanza: perché ricorda loro che potrebbe succedere anche a loro. Non è cattiveria. È il motivo per cui, dopo un'espulsione, i telefoni squillano meno.
Il tempo, e il suo uso
Un divieto di cinque o dieci anni è un tempo lungo, ma è un tempo con una fine e con un uso: è il tempo in cui si costruiscono i fatti che il funzionario consolare guarderà (un lavoro, una casa, una famiglia, viaggi regolari altrove), e in cui, spesso, la vita cambia direzione da sola. Molte persone che leggono questa pagina nei primi mesi vogliono solo tornare; molte di quelle che la rileggono dopo tre anni hanno scoperto di volere altro, o di volerlo in un altro modo. Nessuna delle due cose è sbagliata. Il sito descrive la via del ritorno per chi la vuole (La mappa dei rimedi), e non pensa che sia l'unica.
Quando il peso non passa
Una parte delle persone espulse, in particolare dopo una detenzione, torna con sintomi che non se ne vanno da soli: insonnia, ansia nei luoghi chiusi, un allarme continuo ai suoni delle chiavi e delle porte, vergogna che diventa isolamento, uso di alcol o di altro per dormire. Sono reazioni comuni a un'esperienza di privazione della libertà, e si curano. In Italia i Centri di salute mentale delle ASL sono pubblici e gratuiti, si accede con l'invio del medico di base o direttamente, e offrono colloqui psicologici e psichiatrici; i consultori familiari, per le questioni di coppia e di famiglia; i servizi per le dipendenze (SerD), senza giudizio. Chi non ha ancora il medico di base può rivolgersi direttamente al CSM del proprio distretto (I primi trenta giorni). Se ci sono pensieri di farsi del male, il numero 112 e il pronto soccorso sono per questo.
L'unica cosa che questa pagina consiglia
Di leggere il proprio fascicolo. Non per rivivere il verbale, ma perché la vergogna vive di vaghezza: di un ordine di cui non si conosce la sezione, di un divieto di cui non si sa la data, di una frase dell'agente che nella memoria è diventata una sentenza. Il fascicolo dice che cosa è successo davvero, con le date, in un linguaggio burocratico che ha il merito di non giudicare nessuno. Quasi sempre è meno grave di come lo si ricorda. E quando è grave, è grave in un modo preciso, con un rimedio preciso o con la certezza che non c'è: entrambe le cose sono più leggere del dubbio (Ottenere il proprio fascicolo).
Dove chiedere aiuto
Questo sito spiega. Non rappresenta nessuno e non risponde a nessuno.
Non ha un modulo di contatto e non ha un telefono. Chi ha bisogno di una persona che se ne occupi trova qui i canali ufficiali, che sono gli stessi per tutti:
- La rete consolare italiana negli Stati Uniti — l'elenco delle sedi e delle circoscrizioni è sul sito dell'Ambasciata d'Italia a Washington (ambwashingtondc.esteri.it) e su esteri.it. Il consolato competente è quello del luogo in cui la persona si trova o è detenuta.
- ICE Online Detainee Locator System — locator.ice.gov: per trovare una persona in detenzione amministrativa.
- EOIR, la corte dell'immigrazione — stato del caso su acis.eoir.justice.gov o al numero 1-800-898-7180; l'elenco ufficiale dei patrocinatori gratuiti (List of Pro Bono Legal Service Providers) è su justice.gov/eoir.
- Gli ordini degli avvocati statali — ogni Stato ha un registro pubblico in cui verificare se una persona è davvero un avvocato abilitato.
La pagina Dove chiedere aiuto raccoglie tutti i canali ufficiali, con le avvertenze sulle truffe.